Il recepimento in Italia della direttiva europea sulle cosiddette “case green” entra nella sua fase decisiva. Entro il 29 maggio 2026 il Governo dovrà approvare la normativa nazionale di attuazione, definendo in modo puntuale come tradurre in regole concrete gli obiettivi fissati a Bruxelles sulla riduzione dei consumi energetici degli edifici. Una scadenza che segna un passaggio chiave non solo per il settore immobiliare, ma anche per famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche, chiamate a confrontarsi con una trasformazione profonda del modo di costruire e abitare.
La direttiva europea traccia una traiettoria netta: tagliare progressivamente i consumi energetici del patrimonio edilizio e accompagnare il settore verso la neutralità climatica entro il 2050. Per il comparto residenziale è previsto un primo traguardo entro il 2030, con una riduzione media dei consumi del 16 per cento, seguito da un ulteriore rafforzamento entro il 2035. Il percorso prosegue negli anni successivi fino all’azzeramento delle emissioni nette a metà secolo. Resta però aperto il nodo centrale per l’Italia: con quali strumenti e con quali tempi rendere sostenibili questi obiettivi.
Le regole più stringenti riguardano le nuove costruzioni. Dal 1° gennaio 2030 le nuove abitazioni private dovranno essere a emissioni zero e dotate di impianti alimentati da fonti rinnovabili, in particolare solari. Per gli edifici pubblici di nuova realizzazione l’obiettivo della neutralità climatica è addirittura anticipato al 2027. Una svolta che impone fin da subito un cambio di passo a progettisti, costruttori e pubbliche amministrazioni, chiamati a integrare soluzioni tecnologiche avanzate e criteri energetici molto più severi rispetto al passato.
Per il patrimonio immobiliare esistente, la direttiva non impone ristrutturazioni immediate e generalizzate, ma introduce un meccanismo di miglioramento progressivo. Gli Stati membri dovranno concentrare gli interventi sugli immobili con le prestazioni energetiche peggiori, puntando a una riqualificazione minima del 16 per cento entro il 2030 e del 20-22 per cento entro il 2035. L’idea è quella di un percorso graduale, che privilegi gli edifici più energivori e consenta di distribuire nel tempo costi e interventi, evitando scossoni troppo bruschi al mercato.
Nel percorso verso il recepimento, l’Italia dovrà anche aggiornare il Piano Nazionale Energia e Clima, indicando in modo puntuale le strategie con cui intende raggiungere i target europei. Il confronto con la Commissione Europea resta aperto: Roma continua a spingere per un’applicazione più flessibile delle regole, che tenga conto delle specificità del patrimonio edilizio nazionale e delle condizioni socio-economiche. Ma il quadro normativo UE, almeno per ora, non mostra segnali di revisione sostanziale.












