La sostenibilità dell’olio extravergine di oliva non si esaurisce nel momento della trasformazione in frantoio, ma riguarda l’intero percorso produttivo: dalla coltivazione degli olivi fino alla distribuzione del prodotto finito.
È questo il focus del nuovo approfondimento promosso da Aifo – Associazione italiana frantoiani oleari – nell’ambito delle attività di comunicazione realizzate insieme a Italia Olivicola, in attuazione del Programma Operativo previsto dal Regolamento (UE) 2021/2115.
Secondo l’associazione, l’analisi della filiera si basa sempre più sull’utilizzo della metodologia LCA (Life Cycle Assessment), uno strumento che consente di valutare l’impatto ambientale di un prodotto lungo tutte le fasi del suo ciclo di vita.
Gli studi evidenziano come la fase agricola rappresenti uno dei passaggi più rilevanti in termini di impatto ambientale. Tuttavia, l’olivicoltura presenta caratteristiche specifiche che la distinguono da molte altre produzioni: gli oliveti tradizionali, spesso coltivati in aree collinari e marginali e in condizioni di scarsa irrigazione, svolgono infatti un ruolo importante nella tutela del paesaggio, nella prevenzione dell’erosione del suolo e nel presidio delle aree rurali.
Numerose ricerche riconoscono inoltre gli oliveti come veri e propri serbatoi naturali di carbonio, contribuendo così alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.
Accanto alla fase agricola, anche il frantoio incide in modo significativo sull’impatto complessivo della filiera: l’adozione di tecnologie più efficienti consente infatti di migliorare la qualità dell’olio, ridurre i consumi energetici e valorizzare i sottoprodotti della lavorazione.
Infine, anche le fasi di confezionamento e logistica giocano un ruolo rilevante nella determinazione dell’impronta ambientale complessiva del prodotto, completando un quadro in cui ogni passaggio della filiera contribuisce alla sostenibilità dell’olio extravergine di oliva.












